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"Charlie's Angels made in
Italy: niente karate, tanto cervello"
(di Manuela Pizziolo)
A Cristiana Meoni, titolare
di un'agenzia di donne detective a Torino, ribalta il luogo comune
delle investigatrici. "I telefilm ci descrivono come superdonne
armate e pericolose. In realtà, prediligiamo le indagini,
lavoriamo con la testa"
Torino, ottobre
Dice Cristina Meoni, titolare di un'agenzia investigativa tutta
al femminile di Torino. "La colpa è tutta dei telefilm.
Ci descrivono come superdonne armate e pericolose, invece siamo
donne normali che svolgono con coscienza e passione un lavoro impegnativo,
consapevoli di avere una grande responsabilità".
Figlia d'arte, Cristiana ha respirato fin da piccolissima le atmosfere
un po' noir del mondo delle investigazioni private, imparando a
sentirsi a suo agio e a padroneggiare perfettamente un ambiente
per tradizione maschile e maschilista.
"In realtà noi donne siamo per natura più portate
degli uomini verso questa professione: la curiosità è
femmina e la curiosità, l'innata attrazione nei confronti
di ciò che non si conosce, che ancora si ignora, è
il requisito fondamentale per un detective", precisa con una
punta di polemica.
A dimostrare al mondo che una Sherlock Holmes in tailleur e tacchi
alti non è affatto un controsenso fu nel lontano 1962 la
mamma di Cristiana, Mariagrazia, la prima donna investigatrice in
Italia, che assieme al marito aprì la sua agenzia a Torino.
"Con due genitori detective era impossibile per noi figli sottrarci
al fascino di questa professione", ammette Cristiana. "Io
ho iniziato a 14 anni a passare in agenzia ogni momento libero dagli
impegni scolastici. Ho seguito e risolto il mio primo caso tutto
da sola a 16 anni, riuscendo a restituire alla legittima proprietaria
il suo barboncino, rubato in un mercato".
Oggi Cristiana è a capo di un'agenzia che comprende nove
detective in gonnella di età diverse. "Questo lavoro
si può svolgere per tutta la vita: nella nostra agenzia ricerchiamo
anche cinquantenni. Non è la giovinezza o la freschezza della
pelle (contrariamente a quanto accade nei telefilm) a fare una buona
investigatrice, ma l'esperienza".
Quanto è pericoloso il lavoro di una detective? Nell'immaginario
collettivo è difficile prendere le distanze dalle mitiche
"Charlie's Angels" e non pensare a una detective come
a una sorta di superdonna costantemente alle prese con pericoli
di ogni genere...
"Più si è bravi e meno pericoli si corrono. Questo
vale sia per gli uomini che per le donne: purtroppo in questo lavoro
non esiste una regolamentazione severa per il rilascio delle licenze,
mentre ce ne sarebbe un gran bisogno. In pratica, per aprire una
propria agenzia è sufficiente avere maturato tre anni di
esperienza nel settore investigativo. Un'inezia in un lavoro complesso
come il nostro, in cui l'improvvisazione può avere esiti
disastrosi sia per l'incolumità dell'investigatore sia per
la sicurezza del cliente e la qualità del nostro servizio.
Immaginate cosa può accadere se, per esempio, un marito si
accorge di essere pedinato: non solo l'indagine salta, ma con ogni
probabilità salterà anche il matrimonio della nostra
cliente!
Per quanto riguarda la sicurezza personale, tutte le detective seguono
un corso di autodifesa che le pone nelle condizioni di sapersi difendere
in caso di attacco. Non serve, invece, essere cintura nera di karate
o di qualche altra sofisticata arte marziale: il bravo detective
non cerca mai il confronto, non attacca mai, ecco la regola d'oro".
E la pistola?
"Secondo la legge italiana solo il titolare di agenzia ha il
diritto di portare un'arma, ma io ne faccio volentieri a meno. Il
nostro lavoro si fa con la testa e con le gambe (quanti chilometri
maciniamo durante i pedinamenti!) non con la violenza".
Chi è il cliente tipo?
"Non c'è, il nostro lavoro è vario: abbiamo coniugi
che ci incaricano di dimostrare le infedeltà subite per rafforzare
la propria posizione nella causa di divorzio, genitori preoccupati
per le amicizie dei figli, datori di lavoro esasperati dall'assenteismo
di dipendenti troppo furbi, avvocati che cercano prove a sostegno
dei loro assistiti, aziende preoccupate della concorrenza sleale...
Un campionario di variegata umanità che cerca risposte, verità
da toccare con mano".
E i costi... Quanto si paga la verità?
"Meno di quanto si pensi per scoprire se il nostro partner
ci è fedele basta, per esempio, un migliaio di euro".
E la legge sulla privacy?
"Ha reso il nostro lavoro molto più difficile, occorre
essere sempre aggiornati sulle normative vigenti e viaggiare sul
filo della legalità, stando attenti a non sconfinare nell'illecito.
E' dura, ma la ricerca della verità non si può e non
si deve fermare...".
(da Stop - n.43 del 29 ottobre
2004)
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